Quando sta per realizzare un film, una delle ambizioni più grandi di Gianni Amelio è quella di riuscire a raccontare una storia fatta di persone e non di personaggi. Così come cerca sempre di stringere un rapporto di complicità e di confidenza con i suoi attori, come lui impegnati sul set a fissare l’essenza di un’emozione. Senz’altro il rigore è una delle caratteristiche più peculiari di questo regista, nato a S. Pietro Magisano, un paesino sulla Sila, il 20 gennaio 1945 (stesso giorno e mese di Fellini), che comincia a lavorare nel cinema per un caso fortunato. Esattamente quando, durante la sua prima visita a Roma, riesce a farsi prendere come assistente “volontario” da Vittorio De Seta. Questa esperienza dura ben oltre il tempo di una vacanza e segna l’inizio di una intensa attività come aiuto regista cinematografico e regista televisivo. Laureatosi in Filosofia, nel 1971 realizza per la televisione un film a 16 mm su Tommaso Campanella La città del sole, interpretato da Giulio Brogi, a cui seguono opere di notevole impegno, come Il piccolo Archimede (1979), che fa guadagnare a Laura Betti il premio per la migliore interpretazione femminile al Festival di San Sebastian.
Con questa importante carriera televisiva alle spalle, nel 1983 esordisce nel cinema con Colpire al cuore, film coraggioso che affronta il tema del terrorismo con una lucidità scevra da retoriche e da luoghi comuni. Ma è con Porte aperte (1990) che s’impone a livello internazionale e si aggiudica una nomination all’Oscar. Acclamato in Italia, il film, tratto da un romanzo di Leonardo Sciascia e indimenticabile prova d’attore di Gian Maria Volontè, non resta un successo isolato. Nel lavoro ama procedere con calma, preferendo rimanere fedele ai ritmi della propria cultura e della sua terra d’origine, da cui ricava un’inesauribile fonte d’ispirazione. Terra di emigrazione, di ritorni e di attraversamento, come quello del giovane carabiniere di Il ladro di bambini (1992), Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes.
Nel corso della sua carriera viene spesso accostato ai grandi maestri del cinema italiano, come è successo per Così ridevano (1998), Leone d’oro al Festival di Venezia, la cui storia ricorda quella di Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti. In Le chiavi di casa (2004) ritorna ad addentrarsi nei meandri delle relazioni familiari con Kim Rossi Stuart padre di un bambino disabile, mentre con la stella che non c’è (in concorso a Venezia 2006) ripirende il tema degli emigranti all’estero portando al cinema il romanzo di Ermanno Rea, “La dismissione”, ambientato in Cina.
Grande appassionato di cinema, di tutto il cinema, compreso quello di serie C,D,Z, possiede un’immensa videoteca che gli consente di affrancarsi dall’ansia di perdersi un film. E anche se fu la Rita Hayworth di Gilda (Charles Vidor, 1946) la prima diva ammirata su un grande schermo, sa tutto di Dorian Gray, la vamp platinata delle commedie italiane degli anni ’50.

Amelio è stato nominato direttore del Festival del cinema di Torino, dopo le dimissioni di Nanni Moretti. Sarà sua l’edizione 2009 della prestigiosa rassegna.

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