“Salvo Gaber”, è lo spettacolo che è andato in scena giovedì 16 luglio alle 21.30 nel Cortile del Must, il Museo storico della città di Lecce (in via degli Ammirati 11).

Parte dell’incasso è stato donato a favore di “Telethon 2015”.

E’ il secondo dei sei concerti della terza edizione del ciclo “Must in song” che, all’interno della rassegna estiva del Comune di Lecce “Lecc’è” realizzata dall’assessorato alla Cultura, turismo e spettacolo guidato da Gigi Coclite, è organizzata dal critico musicale Eraldo Martucci.

Con questo nuovo spettacolo Salvatore Cosentino si cimenta nel teatro-canzone di Giorgio Gaber adattandone liberamente i testi. Il teatro di Gaber, soprattutto dalla morte dell’Autore, è rappresentato e visitatissimo, anche al limite dell’inflazione. La particolarità del lavoro di Cosentino sta nel fatto che in “Salvo Gaber” vengono riesumati brani non molto conosciuti, che proprio per questo sorprenderanno per la loro bellezza e la loro originalità. E così, con profondità e leggerezza Cosentino, evocando il suo Maestro, tratta di eguaglianza, di psicoanalisi, di inesorabile perdita dei valori, di buonismo, di finta solidarietà, di solitudine, ma anche di amore, di paternità, di educazione dei figli e delle sue spesso devastanti conseguenze.

Il tutto tra monologhi e “canzoni recitate”, per far rivivere sul palcoscenico una figura che tanto ha da insegnare a chi ha capito che i sogni più belli si fanno da svegli, fra pensieri concreti e pragmatici e vellutata ironia. Inoltre, il teatro di Gaber viene riletto dal magistrato-attore con un occhio attento a tutte le osservazioni sull’italica, endemica mancanza del senso di legalità, osservazioni che sono state scritte e portate in scena decenni or sono.
Per questo motivo esse suonano sorprendentemente profetiche ed attuali.

In un parallelismo inedito ed originale, vengono associate alle spesso surreali canzoni di Gaber-Luporini immagini della pittura di fine ‘800 e del primo ‘900, raffiguranti il cubismo di Picasso, il surrealismo di Magritte e Dalì e la metafisica di De Chirico, passando per Chagall, Degas e Van Gogh, pittura anch’essa espressione figurativa della inesorabile crisi di identità e di valori dell’individuo.